Sarò breve...ho i bambini in lavatrice...e il prelavaggio...si sa...dura poco.
SOTTO
Venerdì 11 Aprile - ore 20.00 - Fondo Verri
Non amo le antologie.Non amo le antologie quando non “antologgizzano” proprio un bel niente. Quando piuttosto che dare corpo a una ricerca capillare e precisa su ciò che si ritiene valido in letteratura, macinando chilometri di libri pubblicati ( e talvolta ingiustamente dimenticati ), mettendo insieme l’immenso materiale ( immenso dev’essere il corpus nonchè il valore ) che poi si renderà alle fauci volitive di chi la letteratura la mastica e non la sputa( perchè indigesta ), piuttosto dicevo, si pubblicano accozzaglie di “ giovani “, di “ under 35 “, di “ quarantenni “ di “ 50 e più” di “ giovani pensionati “ di “ ospiti di VILLA MARIA “ spesso alla loro prima pubblicazione, e così capita pure di sentire durante una presentazione: “ non ho ancora pubblicato nulla DI MIO, però sono presente nell’antologia...”......ma per favore, vi prego ( sopratutto gli strateghi dei vari editori ).
Quando nasceva l’idea di dare un contributo al movimento culturale salentino, attraverso la poesia individuale nella sintesi, ma corale nella sua complessità di stili e afflati, ho aderito con la passione che sono solito usare soltanto nei rapporti sessuali ( quando scrissi su Amore Lavati...quella poesia del tale che si addormentava DURANTE un amplesso, mica scherzavo ! ), e quando poi leggo sul risvolto di copertina che VITO ANTONIO CONTE definisce la raccolta non antologia ma COLLETTANEA ( mi piace ma che cazzo significherà poi...), capivo che la strada era stata scelta, non da noi, ma da chi ci aveva preceduti e l’aveva tracciata perchè noi la seguissimo, e così forse non è così banale neanche la scelta del posto a LUI dedicato ( parlo di Antonio Verri, naturalmente, ma anche di Toma, della Claudia e di chi come loro hanno non solo respirato poesia dagli occhi, ma hanno tracciato talmente tante strade da seguire, per trovare delle risposte, che i poeti a venire per molto tempo ancora avranno un bel da fare a percorrerle tutte ! )
Bene, io ho detto.
VENERDI’ diranno con me AGOSTINO CASCIARO – VITO ANTONIO CONTE – ROBERTO MOLLE – FRANCESCO PICCINNO – TINA RIZZO – AGOSINO VACCARINI
Sarà
Applauso prego.
GRAZIE
P.E.
P.S. Ho comprato la macchina!!!!!!posso trombareeeeeeeeeee!!!!!!!!!!!
VOGLIO LE TETTE DELLA CANTARONE
Quando ho conosciuto Elena Cantarone prima dei suoi versi mi colpirono le sue gambe, portate nude sotto un ampio vestito rosa-arancio. Sarà che Ferretti aveva fatto spegnere l’aria condizionata, sarà pure che l’agosto quell’anno spingeva forte la calura umida sopra la pelle abbronzata, sarà che al chiuso i tanti respiri delle tante parole dette facevano sentire oltremisura il caldo, ma
Qualche giorno fa, ho saputo che le prove a cui mi aveva invitato ad assistere ( sarebbe stata un occasione per vederci ) altro non erano che le prove dello spettacolo che presenterà al Paisiello. Ho evitato ancora di saperne di più, azzittendo anche chi me ne parlava, perchè voglio assistervi “da esterno”, per godermi l’essenza e lo sviluppo profondo dei tempi, di cui Elena è maestra.
Mi sono così stampato la locandina e la tengo in macchina per consigliare lo spettacolo a qualche amico che ritengo degno e capace di intuirne le sfumature e le metafore ( pochi in verità ) che certamente vi saranno in esso contenute.
Alessandra tutte le mattine mi serve il caffè al bar, spesso ci capita di parlare di poesia, lei ama i classici, io li detesto, lei insegna balli latini e samba, io li detesto, lei ama i romanzi rosa...e qui mi fermo. Però ha un culo che prescinde da tutto ciò, per cui le ho fatto vedere la locandina dopo averle detto che solo per il fatto d’aver scritto
“
“ E’ una poesia contenuta dalle PAROLE INVADENTI plaquette poetica che Elena ha pubblicato tempo fa. E
“Cazzo, è tosta. E chi è,è lei che si vede nella foto?”
“ Si questa è
“Uauhh che seno!”
“ Seno? Fa vedere, Uauhh hai capito
Si sarà capito il senso?
POESIA diceva, Giovanni stiamo parlando di poesia, capisci?
Capisco caro amico mio, capisco. Capisco e di poesia scrivo.
Che non è poesia questa?
Ci vediamo TUTTI dalla Elena MERCOLEDI, vero?
P.E.
D’amore
ho bisogno
perché di battiti mi scoppi il cuore
come tamburo d’africa
perché senza
non vedo altro
se non l’aprile spezzato
e il chiodo rimasto sulla croce
arrugginito
Di giustizia
ho bisogno
perché ritornino bianchi
i fiori del mandorlo
e il vento non riporti
dal mare
soltanto l’odore dei morti
Di musica
ho bisogno
perché non so più cantare
e il calore della tua carne
non mi dà più melodia
e le parole che sento
sanno di vuoto lamento
Di sogni
ho bisogno
perché trabocchino ogni mattina
dagli occhi
per farne di giorno racconti
per poi imbrigliarmi i capelli
ancora la sera
Di speranza
ho bisogno
perché non so rassegnarmi
al potere di cuori incapaci
all’avidità delle mani
agli sguardi asserviti
e noi naufraghi
in un mondo abbandonato
alla deriva
Anna Maria Mangia è l'autrice di questi versi meravigliosi.E' anche meravigliosa amica"silente"del silente proprietario del blog.A volte le parole non servono,a fronte di un rapporto di forte amicizia,che fa del silenzio la forza di una grande e indissolubile stima.E' importante sapere di poter contare insomma,e non cuntare..cuntare..cuntare e poi non esserci.! CHIARO?
Come è pure per la cara GIOIA, che vedo di rado (ma non di rado), ma che quando la vedo non c'è birra che tenga(e che tenga) e che quando scrive non c è verso che le sia sconosciuto (e che sconosciuto).Prova ne sia questa foto, che insieme a una simpaticissima e sensibilissima amica ci siamo AUTOSCATTATI.Si può notare come l'aria che si respirava fosse pulita anche se non traspare minimamente quanto IO "segretamente l'AMI"(e che ami).
P.E.
DELL’ESSENZA L’ASSENZA
Mi capitava di leggere, in una di quelle riviste patinate, di una madre che chiedeva consiglio a una psicologa, su cosa fare per riportare la figlia “alla normalità”.
Era successo in pratica, che dopo la laurea, la figlia, molto avvenente, avesse deciso di intraprendere la strada della televisione e, come spesso capita, sia finita come figurante mezza nuda ai programmi di MARIA – COSTANZO e AMICI vari.
E quando la madre tentava di parlarle lei con piglio deciso rispondeva che aveva fatto già un calendario e vari servizi fotografici! (il che è tutto dire)
Ora, voi sapete come sono fatto io, che accade una cosa e TA-DAM me ne viene in mente un’altra.
Bene,ecco che cazzo cazzo ti vado a pensare a ROBERTO COTRONEO quando sette-otto mesi fa se ne esce sul Corriere o giù di lì con un ammonimento verso tutti i concorsi letterari, colpevoli di premiare soltanto gli AMICI (non di MARIA), o gli autori della CASTA della quale la stessa giuria farebbe parte, e lo faceva imprecando:” Ho scritto libri e libri, anche di buona fattura, partecipato a una miriade di concorsi, possibile che non abbia meritato una menzione, una segnalazione, un niente, niente?” VE LO GIURO – Ha scritto proprio così.(tanto che l’indomani qualche indomito ha titolato il suo articolo DATE UN PREMIO A ROBERTO)
Vi starete chiedendo come si legano le due questioni (beh, anch’io), e forse la risposta (come accade, con i poeti) sta nella domanda: “ Conta davvero un premio, per chi scrive? (un premio dato come suggeriva COTRONEO, che mi trovava d’accordo, tra l’altro). E conta davvero apparire (senza essere) per sentirsi parte del mondo che abbiamo scelto di vivere?
Che poi COTRONEO è pure una persona piacevole (tranne quando frequenta
Pure
P.E.

2008
Che sia un anno buono per tutti noi
(che il rosso non è soltanto un colore natalizio.Facciamo che sia del nostro cuore il colore)
VI AUGURO UN BUON NATALE SE....
L’ipocrisia è una brutta bestia.
Avete presente quando si incontra qualcuno che non si vedeva da tempo che stringendoci la mano ci chiede “Come va?” e noi ingenui a rispondere “ insomma potrebbe andare meglio – se non mi avessero licenziato – se la salute non fosse peggiorata ...” e prima di intraprendere la via dello sfogo necessario, in questo mondo di abbreviazioni di tutti i tipi (anche sessuali, ahimè!) e di ipervelocità, ecco che l’interlocutore ci blocca e chiaro chiaro secco secco ci dice “ Ma dai che facevo per dire- Si chiede per educazione – Mica mi devi dire tutte le disgrazie della tua vita!”.
Ah ecco, dicevo io che ultimamente tutti sembravano preoccupati del mio stato di salute cagionevole, e che mi facevo pure dei sensi di colpa quando andando di fretta rispondevo con un secco “ Meglio grazie”. Va bene che arriva Natale ma una via di mezzo non si potrebbe? E se fossimo tutti più buoni poco poco di meno, non accenderemmo qualche conto corrente per i più poveri anche a settembre o a febbraio o che so io, magari anche un mattone al giorno, per sempre, senza però telecamere avvisi pubblici o parroci compiacenti a mega tombolate mediatiche.
Vi auguro dicevo un BUON NATALE se non siete Mai stati invidiosi di un vostro collega o amico – vicino di casa o solo conoscente della sua promozione, della sua pubblicazione, del suo successo, della sua vincita milionaria o della sua relazione con la badante rumena.
Vi auguro BUON NATALE se avete dedicato almeno un minuto al giorno del vostro tempo per qualcun’altro in modo gratuito ed anonimo (è importante che sia anonimo,anche più che gratuito – perchè come i miei amici sanno bene – la beneficenza ostentata non vale come beneficenza)
Vi auguro un BUON NATALE se leggendo il libro del vostro più odiato nemico di fronte ad un capitolo di indubbio valore letterario avete esclamato “Cazzo però, sarà pure una persona antipatica e un po’ cogliona, ma con la penna e le parole ci sa fare eccome.
Vi auguro un BUON NATALE se scoprendo un negozio economico, dove si può fare la spesa con poco, avete pensato di dirlo oltre alla suocera e alle amiche dell’ufficio(con fare pernicioso) anche alla dirimpettaia di pianerottolo, con la quale si litiga spesso per la pulizia delle scale.
Vi auguro un BUON NATALE se andando a Messa non spendete neanche un secondo del vostro tempo per vedere come vi sta il vestito e ne spendete invece parecchi per prepararvi a ricevere DIO.
Vi auguro un BUON NATALE se dovendo scegliere fra un buon amico povero in canna e un pessimo amico ricco da fare schifo avete fatto sedere al vostro tavolo, fra gli sguardi un po’ schifati degli astanti, quello povero.
Vi auguro un BUON NATALE se non avete mai pensato, quando fare sesso viene bene, di filmarvi e “mettervi” su You Tube (e per questo vale solo l’averci pensato)
Vi auguro un BUON NATALE se non avete ceduto allo sguardo dei rumeni ai semafori, allungando un euro, convinti così di aiutarli.
Vi auguro un BUON NATALE se di fronte a un risultato di squadra non vi siete assunti tutto il merito.
Vi auguro un BUON NATALE se non avete Mai battuto le mani a un funerale (e qui Mai significa MAI)
Vi auguro un BUON NATALE se vi capita di desiderare un po’ di silenzio, solo per il piacere di stare un po’ da soli con voi stessi, e spegnete radio e telefono e TV e tutte le colonne sonore della vostra vita, facendo del battito del cuore la vostra colonna sonora ( qualcuno di voi conosce il ritmo del proprio cuore?)
Vi auguro un BUON NATALE AMICI MIEI perchè VOI mi sostenete, nella mia solitudine, nel mio orgoglio, nella mia ansia di non essere in grado, Voi ci siete e questo mi fa sentire vivo, più delle emozioni che mi lasciano senza fiato (sempre poche in verità), più delle parole che mi capita di scrivere (sempre poche in verità) e più del sesso che pure mi capita di fare (ancora poco in verità, ma di buona fattura).
Se vi riconoscete fra le ipotesi di cui sopra AUGURI con tutta la stima che ho per ognuno di Voi.
In caso contrario, potete stare tranquilli, non è che non siete normali. NO.
E’ che non siete amici miei.
Con affetto e amore(in qualche caso)
Giovanni Santese
La verità
per come ci viene proposta
potrebbe essere
dietro l’angolo
sotto ogni mattone
basterebbe sollevare
quello giusto
per trovarla
La verità
per come ci viene presentata
potrebbe conoscerla chiunque
basterebbe imboccargli
le risposte giuste
alle tante domande
Sarebbe sufficiente
a volte
guardare le mani
di chi ce la racconta
notare
la pelle sotto le unghie
o soltanto
sentire il suo respiro
spingere parole di circostanza
che poi chiameremo VERITA’
Ma la verità
per come ci viene servita
su un piatto d’argento
mai nel mezzo
è sempre da un lato o da un’altro
che è lo stesso lato
di chi ce la serve
per il bene nostro (in genere)
o dello Stato (nei casi più oscuri)
eppure
la verità è una sola
o almeno
così ci veniva insegnato
quando la scuola era
e il Comune la casa del Popolo.
P.E.
I COMUNISTI SONO SCOMPARSI E PURE IL MIO CORPO CONTINUA AD ASSOTTIGLIARSI
( Riprendo a scrivere dopo un periodo d’osservazione attiva di tutto il mondo che mi
interessa. Il risultato è che ho raccolto materiale a sufficienza per farmi un idea.
Vorrei però, prima di ripartire, ringraziare quanti di voi con ostinazione, hanno continuato ad aprire le pagine di questo blog e in particolare chi mi ha mandato una mail,indirizzata a eventuali parenti, per avere la conferma che non fossi morto.
Di cose da dire ne avrei, ma la voglia di ascoltare continua ad avere la meglio.Bentrovati.)
Uno dei grandi misteri d’Italia è quello della scomparsa dei comunisti. Dopo aver affollato le piazze e le officine per quarant’anni e rotti, i comunisti italiani (senza lettere maiuscole) sono tutti scomparsi improvvisamente, nel giro di pochi mesi. Più o meno gli stessi mesi in cui comparivano agli incroci i lavavetri, ma probabilmente è una coincidenza.
Al loro posto, certo, sono rimasti i simulacri: due o tre Partiti nominalmente Comunisti, con falce e martello nel simbolo, e tutto un brulicare di magliette di Che Guevara che Togliatti difficilmente avrebbe autorizzato. Gente anche simpatica, per carità, ma… comunisti? Non scherziamo. I comunisti, quando esistevano, erano un partito dotato di una coscienza di classe. Prima ancora che comunisti, erano lavoratori. Proletari. Rivoluzionari? Sì, ma in prospettiva, con calma, senza sommosse o barricate che sono roba da cialtroni o avventurieri. Per farsi un’immagine bisogna pescare nell’inconscio collettivo pretelevisivo, per esempio nel Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. La rivoluzione verrà e sarà una dignitosa passeggiata.
Sono cresciuto così, in ogni caso: quindi, mentre voi forse rimpiangete i pittoreschi rumeni ai semafori, io rimpiango i comunisti. Se esistessero ancora probabilmente mi terrei un po’ sulle mie, frequenterei l’osteria e la festa dell’Unità con un certo spocchioso distacco da intellettuale, ma è tutto vano, perché tanto non ci sono più.
P.E.
NIENTE DA RIDERE di Livio Romano ( Marsilio Editore)
Altro che ridere. A un certo punto mi veniva da piangere. E più andavo avanti e maggiormente cresceva quel senso di soffocamento che ti attanaglia la gola quando capisci che le cose non miglioreranno affatto. Maledivo il giorno che mi era venuto in mente di proporre NIENTE DA RIDERE per il prossimo laboratorio con i ragazzi, solo perchè dopo Mistandivò con quella sperimentazione al limite del pastiche letterario, e Porto di Mare dove calmati gli spiriti che lo possedevano, l’autore si lanciava in quello che sapeva fare meglio, e cioè il reportage accendendo un faro e munito di lente scandagliava gli ambienti politici, sociali , ambientalisti, osservando come sua consuetudine da un’angolazione sempre scomoda e sovente tenuta nascosta dai più. Che è la sfera privata, con le motivazioni vere che spingono a fare scelte che poi interesseranno tutti noi e che non sempre sono quelle prospettate pubblicamente e degne di onore e rispetto, ma il più delle volte dettate appunto, da interessi personali o alla peggio di qualche buon amico, solo perchè dicevo dopo questi due “ esperimenti” di scrittura immaginavo che l’autore avesse raggiunto un livello di maturità letteraria e di furbizia anche ( che ci vuole per non cadere nelle facili trappole dello schema del romanzo; tempi morti, ripetizione di periodi o periodi troppo lunghi per tenere alta la tensione del lettore, mancanza di tensione, mancanza di un doppio binario che serve a tenere costantemente in gioco il lettore con altre possibilità di sviluppo del romanzo, ecc...) che gli avrebbero permesso di scrivere qualcosa di immortale o al limite che avesse permesso a me di trovare degli spunti utili a parlarne e discuterne con i ragazzi, durante il laboratorio.
Ho smesso di leggerlo. Non avrei potuto. Ero già in difficoltà dopo la prima lettura, e non per le 350 pagine e più, ma perchè dopo averlo letto la seconda volta ho trovato che gli spunti su cui discutere erano aumentati notevolmente, sia come numero che come priorità a parlarne.
Insomma, dovevo dire ai ragazzi che tutto quanto detto sino a quel momento, si, valeva ancora nella sua interezza, ma che però lo avremmo messo da parte perchè c’era del materiale nuovo sul quale discutere. Poi dovevo, per correttezza aggiungere, che si, era nuovo, ma tratto sempre dallo stesso libro. Tenendo presente che a una terza lettura il materiale sarebbe ancora aumentato e naturalmente cambiato, non me la sono sentita, ne di dire loro la prima e neppure la seconda novità.
Ecco, questo è stato il mio approccio con NIENTE DA RIDERE. Questo è il pensiero costante che mi ha accompagnato ( oltre a quelli soliti con cui ormai sono abituato a convivere da tempo e che non dico per pudore e per non allarmarvi inutilmente ) nell’ultimo mese: “ Che faccio ricomincio con il materiale nuovo o sviluppo quello già individuato? – E con le letture mi fermo o continuo all’infinito finché il libro stanco non mi darà più niente di niente?
Ho continuato con quello che avevo, che era gia troppo.
In effetti la storia, al di la del motivetto usato come proemio, che ci indica in effetti quale sarà il filo conduttore della storia, o senz’altro una delle certezze, e cioè l’Alprazolam (ansiolitico ) sin da subito, quando Gregorio Parigino protagonista-narratore della storia, ricoverato mezzo rotto in ospedale dopo un incidente terribile, vede fra tutte le bontà fisiche e intellettuali della moglie Delia, quella che recandosi in ospedale si è ricordata di mettere nella borsetta una stecca di pastiglie per lui, l’Alprazolam, appunto.
Queste sono le prime pagine di NIENTE DA RIDERE e già si sente il ritmo imposto dall’autore che è alto ma non sincopato, veloce ma descrittivo fin nei particolari, e questo dura, per fortuna sua e del lettore, per tutta la stesura del testo.
Quando, dopo la seconda lettura, cercavo l’accendino che si era infilato nelle pile di carteggi che si andavano costituendo man mano sulla mia scrivania, mi si è accesa quella lampadina che per uno scrittore dovrebbe significare: “ho trovato la chiave, la strada giusta!”, in pratica, dopo aver acceso la sigaretta molto lentamente, con la calma di chi sa come procedere d’ora in avanti, pensavo che NIENTE DA RIDERE altro non era che la fine di una TRILOGIA iniziata con MISTANDIVO’, seguita con PORTO DI MARE che raggiungeva l’epilogo con NIENTE DA RIDERE, appunto.
Una trilogia atipica, ma coraggiosa, dove vengono sperimentati tre tipi di linguaggio diversi tra loro, ma che nel risultato (quello cioè, che rimane al lettore alla fine del libro, quel filo prima sottile poi sempre più spesso che lega gli eventi raccontati con quelli immaginati e riportati a se dal lettore, fino a farli propri, e quella sequela infinita di domande a cui il lettore è sottoposto e alle quali sente di dover dare una risposta, anche per conoscere meglio se stesso) diventano un unicum, che comprende (a volerlo dire) il meglio dei primi due.
Sembra cresciuto Livio Romano nella stesura di questo testo (nonostante ne attribuisca il merito, o una buona parte di esso, all’editor, che credo sia Errico Buonanno, o che per lui, insomma), sempre in equilibrio fra tensione e riflessione “passiva”, fra racconto e reportage.
Ecco una delle chiavi altre, di cui bisogna tenere conto; l’amore mai nascosto dell’autore per i reportage, e leggendo i tre testi di quella che io ostinatamente definisco una TRILOGIA cosa colpisce nelle caratteristiche “tecniche” della stesura? Che tutti e tre sono scritti secondo i canoni di un reportage,appunto.
Come si spiegherebbe altrimenti questo vagare incessante attraverso i confini delle miserie umane, delle debolezze, delle nefandezze della periferia dell’anima, quel luogo così scomodo che neanche chi ci abita vuole mai vedere, solo così, con l’impegno civile e sociale, che l’autore a differenza dei suoi reportage “veri” ha voluto, abilmente direi, strutturare sotto forma di romanzo.
Potrei dire anche, a supporto di questa mia tesi, che non è dettata solo dalla musica psichedelica che accompagna la mia scrittura o dal vino buono che la buona amica mia mi ha gentilmente fatto assaggiare, che i personaggi che animavano sia MISTANDIVO’ che PORTO DI MARE a ben guardare tornano a colorare anche la vita di NIENTE DA RIDERE. (una per tutti Teresa, che in Mistandivò era studentessa di legge nel Veneto, in Niente da Ridere è l’Avvocato che cura le innumerevoli vicende giudiziarie di Gregorio Parigino, il protagonista – narratore)
Immagino si sia capito qual è il passo o il tenore del testo, che per profondità di analisi (e farò una pratica che odio, quella cioè del paragone) associo alle Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini, mentre per la tensione che il testo riesce a produrre sul lettore a quel capolavoro che Giuseppe Berto scrisse sul Male Oscuro, anche se in quel caso per i “tecnici” la vera innovazione era la punteggiatura, pressoché assente, dando così al testo un ritmo da crisi di panico, appunto.
Potrei inoltre dirvi, di come leggendo il libro mi sia scoperto a ridere, perchè la vena ironica con cui Livio Romano farcisce anche i drammi o le cose maledettamente serie, fa si che tutto appaia risolvibile o di poco conto,e questo nelle persone che si perdono per un nonnulla o per quelle che davvero non sanno come uscirne, può significare rinverdire quel vecchio detto: “prendila con filosofia”
Anche se Gregorio Parigino più che con filosofia la prende per bocca (la pastiglia), per noi va bene lo stesso.
Per via dei particolari così ben definiti, fin nei dettagli, ho il sospetto che l’autore abbia contattato (e non mi è dato sapere se prima o dopo la stesura del testo) un regista. Uno di quelli che da una sceneggiatura tirano fuori un film, insomma.
Avete visto com’è facile scrivere di parole quando le stesse sono ordinate in modo che le puoi far diventare quello che vuoi?
Io sono già arrivato “che ne farei un film”, immaginate voi cosa potreste farci, con queste parole.
Intanto cominciate a procurarvi il libro e leggetelo.
Il resto verrà da se, se dovrà venire.
O aspettavate che vi raccontassi io la storia. Magari per sommi capi.
Per poi dire d’averlo letto, il libro. Magari farci anche la critica, quella vera, seria.
Ma daiiii.
Giovanni Santese
Avevo giurat
o che il mese d'Aprile avrei dormito, come suggerisce il ritornello popolare,anche perchè essendoci nato, in questo cazzo di mese,ho idea che le mie sfortune o i cali improvvisi di umore dipendano solo ed esclusivamente da questo "FAT(t)O" .
Invece mi tocca, per via di una cosa che farò anche molto volentieri, nonostante mi sia costata dolore e sacrificio( capirete perchè venendoci )ben ripagati però sia dal valore o dal peso notevole della storia che quel Livio Romano, cazzo cazzo, con quella faccia pulita, e quel portamento un pò da dandy e quel vestire cosi trendy, che sembra sempre uscire da un posto diverso da quello in cui si trova, è riuscito ad impiantare in maniera magistrale, devo aggiungere,e non perchè mi tocca dirlo ( come accade..oh se accade )ma proprio perchè è così.
Posterò le mie conclusioni o la critica al testo Domenica sera, dopo la presentazione.
Che poi è sempre quella ( nella forma )che ho adottato per gli altri incontri dei PRESIDI DEL LIBRO - La parola al centro di tutto ( non il libro o l'autore )e intorno alla parola, l'interpretazione che i ragazzi-e ne danno attraverso un laboratorio e la creazione di nuove parole attorno alla propria meraviglia o anche delusione, perchennò.INFINE l'autore fa una riflessione sull'uso che si è fatto delle sue parole o a integrazione della presentazione del testo che io avrò fatto.
Una cosa semplice semplice insomma.
NON si vendono copie del libro, anche se ci preoccuperemo di segnalarlo alla unica edicola-libreria del paese, che in genere dopo questi incontri, diciamo che incrementa le richieste.
Dunque.....A STERNATIA DOMENICA 29 Alle 20.00 ( puntuali ) IO - un'amico - e i ragazzi che non cito, ma che lo meriterebbero solo per l'impegno, presenteremo NIENTE DA RIDERE di LIVIO ROMANO
AH il posto. Sarà sotto il municipio, che è quel palazzone bello con il pozzo al centro del cortile, che ben illuminato incontrate dopo la piazza del paese.FACILE FACILE.
Lo dico a tutti.
Cercate di venire altrimenti dopo ....per VOI.....ci sarà poco da ridere.
P.E.